Avvertenza
Valutazione e recensione sono frutto del mio personale gusto individuale, delle mie preferenze letterarie, così come la valutazione che assegno. E' quindi più che comprensibile, anzi auspicabile, che molti non la pensino come me. Detto ciò: ogni libro è fatto per essere letto.
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La mia valutazione su questo libro:
⭐ ⭐ ⭐ Buono
Varrebbe la pena possederlo anche solo per la ricca bibliografia proposta alla fine del volume. The Buddhas of Bamiyan di Llewelyn Morgan è un saggio che intreccia archeologia, geopolitica e memoria, ricostruendo il destino di due colossi distrutti e ciò che la loro sparizione continua a significare. È una meditazione storica e culturale sull’assenza.
Morgan non scrive un libro di denuncia, né un trattato ad uso e consumo di studenti d'arte antica o di archeologia: The Buddhas of Bamiyan è un’opera di sintesi colta e accessibile (non risulta disponibile un’edizione in italiano), che si muove tra la storia dell’arte, la religione, la politica e la cultura materiale. Il suo tono è misurato, il passo narrativo fluido, e la struttura del testo segue un arco che va dalla genesi dei Buddha scolpiti nella roccia afghana nel VI secolo fino alla loro distruzione da parte dei talebani nel 2001.
Morgan apre il volume con una ricostruzione delle origini dei Buddha di Bamiyan, collocandoli nel crocevia culturale dell’Asia centrale. Non erano semplici statue, ma incarnazioni di un sincretismo artistico e spirituale: influenze greco-romane, persiane, indiane e cinesi si fondono nella loro iconografia. L’autore mostra come il Buddhismo, nel suo viaggio verso est, abbia assorbito e trasformato linguaggi visivi e simbolici, e come Bamiyan fosse un nodo vitale lungo la Via della Seta. Questa sezione è illuminante per comprendere quanto la cultura sia sempre stata transnazionale, e come l’arte sacra possa diventare documento storico e ponte tra civiltà.
Inevitabile che parte del libro sia dedicata alla distruzione dei Buddha nel marzo 2001. Morgan non indulge nel pathos, ma analizza l’evento come atto performativo di potere. I talebani, guidati da un’ideologia iconoclasta, non si limitarono a cancellare due statue: misero in scena una negazione della pluralità culturale, un gesto che voleva riscrivere la storia e affermare una visione monolitica dell’identità afghana. Morgan ricostruisce le fasi dell’abbattimento, le tecniche impiegate, le dichiarazioni ufficiali e le reazioni internazionali. Il suo approccio è documentario, ma non freddo: emerge una tensione tra il dato storico e la perdita simbolica. La distruzione diventa un atto di comunicazione globale, un messaggio rivolto tanto all’interno quanto all’esterno del Paese.
Il libro non si limita ai Buddha: Bamiyan è anche una valle, un paesaggio, un popolo. Morgan dedica righe importanti agli Hazara, minoranza sciita che abita la regione e che ha subito persecuzioni. La loro presenza è parte integrante della storia dei Buddha, e la loro resilienza diventa metafora di una cultura che resiste all’oblio. La descrizione della valle, delle grotte, dei monasteri scavati nella roccia restituisce un senso di spazio sacro, oggi ferito ma ancora vivo. Morgan suggerisce che la memoria non risiede solo nelle pietre, ma anche nei racconti, nei rituali, nelle pratiche quotidiane.
Un tema ricorrente è quello della conservazione: cosa significa proteggere il patrimonio culturale? Morgan non propone soluzioni, ma pone domande. È giusto ricostruire i Buddha? O è più etico lasciare il vuoto come testimonianza? Qual è il ruolo dell’UNESCO, degli archeologi, dei governi? Il libro invita a riflettere su come la cultura venga usata, strumentalizzata, salvata o sacrificata, e su come ogni gesto di tutela implichi una scelta politica e morale. Si accompagna bene alla lettura di Contro la bellezza. La sfida per salvare i tesori dell'arte dalla furia dell'ISIS, scritto da Viviano Domenici, che — come Morgan — scrive con chiarezza e sobrietà.
Il testo di The Buddhas of Bamiyan è diviso in capitoli tematici, ciascuno con un focus preciso. Le fonti sono ben integrate, ma mai invasive. Il tono è neutro, ma non impersonale: si percepisce una cura per il dettaglio, una passione per la storia e una consapevolezza del presente. Il libro appartiene alla collana “Wonders of the World”, edita da Harvard University Press, Cambridge, e in questo senso trasforma una rovina in meraviglia — non per estetizzarla, ma per renderla leggibile, pensabile, condivisibile.
The Buddhas of Bamiyan non è solo un libro su due statue distrutte. È una riflessione sul tempo, sulla memoria, sull’identità. Morgan ci mostra che la cultura non è mai garantita, che ogni monumento è fragile, e che la sua sparizione può parlare quanto la sua presenza. In un’epoca in cui le immagini si moltiplicano e si consumano, il vuoto lasciato dai Buddha diventa una forma di resistenza, un invito a ricordare, a interrogare, a non girare la testa dall'altra parte.




